La "gioia del riconoscimento"

 La ricerca è uno dei temi del progettare. Cercare qualcosa è un gesto che nasce a valle di un postulato: se cerco presuppongo che potrò riconoscere (o riconoscermi in) quello che cercavo.

Se cerco il mio portafogli devo saper riconoscere il mio portafogli, se cerco la felicità devo sapermi riconoscere felice altrimenti la mia ricerca non avrà fine.

Il momento di questo riconoscimento coincide con il ritrovamento o rinvenimento, che a sua volta corona e chiude la ricerca.

Se cerco il mio mazzo di chiavi che non trovo più, metodologicamente farò di tutto per trovare di nuovo un oggetto che appaia del tutto simile a un’immagine che conservo nella memoria.

Se cerco una sedia da comprare in un negozio di arredamento, mi avvicinerò a tutti gli oggetti che aderiscono all’idea che posseggo già di “sedia”.

Se cerco la bellezza in un disegno che sto facendo, continuerò finché non lo troverò bello, finché non coinciderà in qualche modo.

Quello che viene da pensare (al modo di Platone) è che questo trovare, sia un ritrovamento, il verificarsi di una coincidenza tra qualcosa che ho dentro e quello che c’è davanti ai miei occhi. Come rincontrare, ri-incontrare,  ri-vedere.

E’ un click fortissimo, una specie di risonanza tra onde identiche. Quello che ho dentro risuona con quello che ho davanti e come tutti i fenomeni di risonanza c’è l’eventualità di un’amplificazione dell’onda.

Così se riconosco la bellezza in un quadro, essa risuona con qualcosa che ho dentro (l’idea di bellezza o un pezzettino della bellezza universale o sa dio cos’altro) e il sistema composto da me e il quadro vibra all’unisono.

E’ un “Finalmente!”: l’esclamazione del trovare. Oppure “Eureka!” ma comunque un’esclamazione, anzi una vera e propria esplosione. Deflagra l’energia delle due onde metaforiche che si rincontrano e rincontrandosi si amplificano. E’ una ricomposizione, una specie di ricongiungimento familiare.

C’è la possibilità di cercare per anni qualcosa, dannarsi per poi incontrarla e capire che un po’ era già dentro di noi, da qualche parte, in qualche forma. Se si ha la fortuna di trovarla, dovremo avere la capacità di riconoscerla e quindi dovremo in qualche forma già sapere come doveva essere.

Non c’era, ma un po’ era già qui dentro, da qualche parte, in qualche forma immateriale. Di pensiero o di sentire o nell’anima forse. Non ce l’avevo, ma ce l’avevo già.

Per similitudine è un po’ come quando la Polizia compone un identikit cambiando i tratti del volto di un sospettato. Il testimone scava dentro di sé e contribuisce a questa costruzione incrementale di un volto. Certe volte riconosce una distanza tra quello che vede e quello che ricorda e chiede di cambiare quello che vede. Chiede di cambiare finché questo identikit non coincide col ricordo.

Per uscire dalla similitudine il vago ricordo è quel qualcosa dentro. La costruzione dell’identikit è il percorso euristico progettato o a volte affidato al caso. L’identikit finito è il ritrovamento, la chiusura del cerchio.

Ma posso anche trovare quello che non cercavo, inciampare nel rinvenimento. Serendipità si dice ultimamente, ma anche in questo caso la virtù è nella possibilità di riconoscere in quello in cui inciampiamo qualcosa di interessante, la coincidenza con qualcosa che sappiamo ricondurre a un senso. In questo caso dare una domanda a una risposta che incontro per caso.

Se il ritrovamento è una specie di ricongiungimento familiare, allora mi interessa pensare di essere parente di quello che riesco a trovare. Un po’ assomiglio a quello che mi capita, a quello che incontro, alla donna che sposo, alla macchina che compro, al modo in cui muoio. Ma soprattutto non sono come quello che non mi capita: se non trovo la felicità forse non c’era traccia di felicità dentro di me, se non disegno la bellezza forse non una briciola di bellezza si aggirava in me.