L’idea di scrivere una lettera d’amore per il mestiere che faccio mi è venuta naturalmente l’altra sera, quando tiravo le fila di una giornata passata a pensare come dovessero essere gli oggetti che ancora non ci sono. Difficile anche tirare le somme a fine giornata di un processo virtual-virtuale, basato su idee, rappresentazioni che si sforzano inutilmente di essere fedeli all’idea, passaggi schizofrenici tra l’adrenalina di quando si colpisce nel segno e l’ombra scura del foglio bianco.
Un amore che ti conduce a mettere in gioco, spoetizzare e compromettere irrimediabilmente il tuo rapporto con gli oggetti, a scomporre l’osservazione in elementi analitici, a guardare con la coda dell’occhio come la gente sfiora le cose, come apre una busta da lettere, chiude una porta, accende l’abat-jour sul comodino. Certe volte è il senso di chi tenta un riassunto non noioso e non puntuale di quello che vede, un po’ come quei racconti che - per emulsionare la lunghezza del testo - passano dalla descrizione del colore degli occhi di una persona al racconto di particolare di un’architettura.
E il coraggio quotidiano di fronteggiare la molteplicità, di misurarsi con scelte che paiono grandissime pur informando soltanto piccole porzioni di materia corruttibile.
Un processo simile a quello del cecchino che apre la valigia, monta il suo strumento con precisione e una liturgia di gesti dilatata nel tempo, come a presagire l’importanza solenne di quello che sta per accadere, per poi passare minuti col fiato sospeso a cercare il miglior allineamento tra occhio, progetto e realtà, tra la forma e la funzione, tra quello che sono io e quello che dovrà essere esso. Click.
Non fa rumore però. O meglio fa il non-rumore concettuale dell’ultimo pezzo che entra nel puzzle. Ricomposizione di una giustezza suprema, scatto cosmologico, gesto razionale di resistenza all’inclinazione che fa evolvere i sistemi verso il disordine e gli equilibri più stabili.
Una intricata passione travolgente da far invidia a certi libri rosa, trascina nel vortice dei sensi progettuali. E satura le necessità, nasconde quello che c’è intorno, monopolizza l’attenzione.
È un trasporto che inizia quando scende la matita sul foglio e non si smorza, anzi si rafforza.
È dipendenza stretta dalla necessità di ripensare la realtà materiale.
È ossessione pura per la forma delle cose.
Sono scintille da catturare a mezz’aria e da nascondere tra le pieghe della materia.
È un amore semplicemente straordinario.
E non finirà mai.
Smack.