Mia nonna diceva delle persone che le sembravano troppo retrograde: “quello lì è un personaggio vecchio stampo…”.
E se lo diceva lei che era del 1904…
Erano anni in cui le differenze tra retrogradi e avanguardisti in un paesino piccolo erano davvero sottili, questioni di lana caprina.
Parlava di stampi non immaginando nemmeno che suo nipote sarebbe finito a fare proprio questo: il design. La disciplina che, Renato De Fusco - nella sua imprescindibile Storia del Design - fa iniziare con la stampa a caratteri mobili di Gutenberg. E non è certo un caso: perché di possibilità di ripetere il gesto tecnico, si parla. Sia mia nonna che De Fusco parlavano dei cliché, dell’attitudine a conservare un comportamento, un risultato. Stampi, che si tratti di cose o persone.
Un modo di vedere che ha fatto della parola “stampo” storicamente una parola che evoca un mondo conservatore, anzi retrivo. Un cocciuto e coerentissimo soggetto che fa e rifà sempre le stesse cose nelle stesse situazioni.
Ma lui, lo stampo, non ci sta. Provate voi ad andare a lavoro e tornare a casa, andare avanti e tornare indietro, aprirvi e chiudervi ventimila volte in un giorno.
Ci si stanca e ci si consuma, si perde lucidità per dirla come direbbe lo stampista…
La giovinezza specchiante e coerente, energica e infallibile si deteriora un po’ alla volta nella vita di tutti i giorni.
Lo stampo piano piano invecchia e inizia a fare le bave, proprio come un vecchietto da ospedale geriatrico, e diventa non più presentabilissimo. Gli incastri non vanno più, i clic e i clac delle collimature scricchiolano con rumori sinistri, le rughe di scuretto tra una parte e l’altra si fanno profonde e non combaciano più... Vecchio, vecchio stampo.
Il lavoro comincia a pesare e, negli occhi di chi osserva il gesto produttivo, non c’è più quella scintilla che c’era all’inizio, ora c’è un ombra scura di delusione: quello che esce non basta più.
Soprattutto perché ormai lo stampo è un tipo demodè, come quei vestiti che si comprano dai rigattieri.
Arrivati a quel punto nessuno si ricorda più che il vecchio stampo ha donato al mondo tanti figli e nipoti che hanno vissuto nelle nostre case dividendo con noi attimi felici e momenti tristi, aiutandoci a infilare le scarpe, a battere i tappeti, a raccogliere il bucato, a tenere in ordine, ad appendere, a contenere, a mangiare.
Quello stampo alla fine, col suo tran tran quotidiano, ha compiuto infinite volte il gesto altruista di mettere al mondo qualcosa di nuovo, creature fatte per stare su da sole, per percorrere una vita, per sopravvivergli nella maggior parte dei casi.
Allora lo si vende - pensate un po’ - a qualcuno che si accontenta anche di stampi usati, qualcuno che pur di avere modo di produrre qualcosa è disposto a non sottilizzare sul fatto che lo stampo non sia più aitante e up-to-date. Oppure nel peggiore dei casi lo si parcheggia a tempo indeterminato su uno scaffale, spesso all’addiaccio, con scritto sopra il suo nome e la sua attitudine, con la paura di dimenticarsi quello che è in grado di fare.
Poco tempo fa, presso una grande azienda di ceramiche, uscendo da un capannone dove infuriava la rumorosa battaglia della produzione industriale, vedo uno di questi scaffali, grande come una villetta di campagna: piani arrugginiti pieni di stampi arrugginiti. Un inferno meccanico, paradiso degli ossidi.
Chiedo allora a chi mi accompagna cosa sia quel castello di metallo e lui: “Mettono lì gli stampi che non usano più”.
“Ah, capisco. Un ospizio…”